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Per anni l’Italia è stata considerata uno degli anelli più vulnerabili dell’eurozona: un Paese con un debito pubblico molto elevato, una crescita debole e una politica spesso percepita come instabile. Oggi il quadro, almeno sul mercato dei titoli di Stato, appare diverso. Un articolo del Financial Times, pubblicato il 27 agosto, ha osservato che la Francia avrebbe sostituito l’Italia come principale fonte di preoccupazione per gli investitori europei nel debito sovrano.

Fratelli d’Italia ha valorizzato quel passaggio come una conferma dei risultati del governo. Il giudizio del quotidiano britannico è più circoscritto, ma comunque significativo: secondo Adam Posen, presidente del Peterson Institute for International Economics, l’Italia rappresenterebbe un modello fra i Paesi del G7 sul mercato del debito pubblico. In altre parole, gli investitori sembrano attribuire a Roma maggiore fiducia nella gestione dei conti, del debito e della stabilità politica.

Rendimenti e fiducia: cosa è cambiato

Il segnale più evidente arriva dai rendimenti dei titoli di Stato. Per parte dell’estate, il rendimento del Btp italiano a dieci anni è rimasto al di sotto di quello dell’omologo francese. Il rendimento rappresenta il costo che uno Stato sostiene per prendere denaro in prestito: più è alto, maggiore è il premio richiesto dai mercati per finanziare quel Paese.

Secondo quanto riportato dal Financial Times, alcuni grandi fondi internazionali hanno ridotto l’esposizione ai titoli francesi, spostando una parte delle risorse verso quelli italiani. Non significa che il problema del debito italiano sia risolto, ma indica un cambio di percezione rilevante per un Paese a lungo ritenuto fragile.

Il debito resta infatti molto alto. Le stime riportate nell’articolo indicano un rapporto debito-Pil al 137,1% nel 2025, al 138,5% nel 2026 e al 139,2% nel 2027. Al tempo stesso, il disavanzo pubblico risulterebbe in calo: dal 3,4% del Pil nel 2024 al 3,1% nel 2025, con una previsione del 2,9% per il 2026. L’avanzo primario, pari allo 0,8% del Pil, è un altro dato osservato con attenzione: al netto degli interessi sul debito, lo Stato incassa più di quanto spende.

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Il ruolo della prudenza fiscale

La maggiore credibilità italiana viene attribuita soprattutto alla continuità nella politica di bilancio. Quando Giorgia Meloni arrivò a Palazzo Chigi, alla fine del 2022, molti osservatori internazionali temevano uno scontro con Bruxelles e misure di spesa difficili da sostenere. Quello scenario non si è concretizzato nei termini ipotizzati allora.

Il governo ha mantenuto una linea politica riconoscibile, ma sul piano dei conti pubblici ha adottato un’impostazione più prudente di quanto alcuni mercati si aspettassero. In questo passaggio, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti viene indicato come una figura centrale: la fiducia degli investitori dipende anche dalla convinzione che il Tesoro eviti decisioni capaci di aumentare nel tempo il costo del debito.

Anche le agenzie di rating hanno registrato un miglioramento. Nell’aprile 2025 Standard & Poor’s ha alzato il rating dell’Italia da BBB a BBB+, citando conti pubblici più stabili e una migliore capacità di tenuta dell’economia. Il mese successivo Moody’s ha portato l’outlook da stabile a positivo. Sono valutazioni che non eliminano i rischi, ma rafforzano l’idea di un Paese oggi ritenuto più prevedibile.

La Francia e il confronto europeo

Il caso francese aiuta a misurare la novità. Parigi ha un debito pubblico inferiore a quello italiano, ma un deficit vicino al 5% del Pil e un quadro parlamentare frammentato. In agosto, secondo i dati richiamati nel testo di partenza, il rendimento del decennale francese ha superato il 4,1%, mentre lo spread rispetto al Bund tedesco ha raggiunto circa 88 punti base.

Il mercato, dunque, non giudica soltanto la quantità di debito accumulata. Valuta anche la capacità politica di correggere i conti quando necessario. È su questo terreno che l’Italia, almeno nella fase attuale, sembra aver guadagnato posizioni.

La prova decisiva è nell’economia reale

I segnali positivi non mancano: occupazione in crescita, disoccupazione al 5,7% a giugno, investimenti sostenuti dal PNRR e un lieve recupero della fiducia di famiglie e imprese. Tuttavia, il nodo fondamentale resta la crescita. Le previsioni citate indicano un Pil italiano in aumento fra lo 0,5% e lo 0,7% nel 2026, un ritmo insufficiente per affrontare con serenità un debito vicino al 140% del Pil.

Produttività debole, invecchiamento della popolazione, costo dell’energia e pressione competitiva internazionale restano problemi strutturali. Il 2027 sarà un banco di prova, anche perché il contributo del PNRR agli investimenti potrebbe attenuarsi.

La credibilità conquistata sui mercati offre al governo un vantaggio importante: finanziare il debito a condizioni meno onerose e programmare le riforme con maggiore margine. Ma quella fiducia non è irreversibile. Per consolidarla, la stabilità finanziaria dovrà tradursi in infrastrutture migliori, investimenti privati, salari reali più alti e un’economia più produttiva. È questo il passaggio che determinerà se il cambiamento nella reputazione dell’Italia sarà duraturo.

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